La Tunisia, terra di “migranti economici”

di Vittorio Caligiuri

Il paese nord-africano intrattiene profondissimi legami economici con l’Europa e l’Italia. Tuttavia sono proprio le politiche che rendono il paese attrattivo per i capitali europei ad impoverire la popolazione e determinare una situazione sociale e politica che, a 10 anni dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”, è sempre più grave.

Nonostante gli antichi e profondi legami che la uniscono all’Italia e malgrado meno di 150 km separino Cap Bon dalle coste della Sicilia, la Tunisia nel nostro paese è perlopiù conosciuta in qualità di meta turistica o, al più, identificata come uno di quei paesi, facenti parte di quella parte di mondo in cui povertà e violenza sono considerate fenomeno naturale al punto da essere ribattezzata “caoslandia” da una nota rivista italiana – oscurando come i problemi dei paesi del terzo mondo siano il preciso riflesso di interessi politici ed economici la cui dimensione va ben oltre la dimensione locale. Sebbene il paese nord-africano sia stato quello dal quale le “Primavere Arabe” si sono diffuse e l’unico nel quale le proteste hanno avuto come esito l’istituzione di un sistema politico di tipo democratico, come sancito dalla costituzione del 2014, i riferimenti dei media italiani al “miracolo tunisino” sono diventati sempre più rari e la Tunisia è tornata parte del dibattito italiano in qualità di possibile “porto sicuro”, di paese di transito e di imbarco per i migranti provenienti dall’Africa sahariana e subsahariana  ed infine in qualità di paese di partenza di coloro che il ministro Lamorgese definisce “migranti economici”[1], una definizione che qui si intende approfondire sulla base dell’analisi del passato recente del paese e della sua situazione attuale.

Nonostante i cittadini tunisini abbiano bisogno di un visto per entrare in un paese dell’area Schengen – al  cittadino europeo che si rechi nel paese nord-Africano con un viaggio organizzato è richiesto semplicemente di esibire la carta d’identità – il flusso di capitali e merci tra Tunisia e Italia è importante e fortemente liberalizzato in virtù dei numerosi accordi vigenti tra i due paesi e  soprattutto dell’accordo di associazione che il paese nord-Africano ha stipulato con l’EU nel 1998[2], i cui termini dovrebbero essere allargati nel contesto del Deep and Comprehensive Free Trade Agreement,in lavorazione dal 2015. L’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia[3]: nel 2019 l’attivo commerciale dello stivale nei confronti della repubblica nord-africana era di 638 milioni di euro a fronte di un interscambio complessivo di oltre 5, 5 miliardi di euro[4];  gli investimenti italiani nel paese ammontano (sempre per il 2019) a 314 milioni di euro[5]. È ad ogni modo bene ricordare, per evitare di indulgere nel vizio tipico di certa economia dello sviluppo consistente nell’assimilazione di retorica e realtà, che la finalità degli investimenti è il profitto e che tali flussi sono motivati da vantaggi economici, in primo luogo costituiti dal basso costo del lavoro ed una tassazione regressiva, nonché dalle risorse che il paese offre, come testimonia la presenza nel paese di oltre 800 imprese di proprietà o partecipazione italiana (circa un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera) nel comparto energetico (Ansaldo e ENI), estrattivo (COLACEM), della logistica, del tessile[6], ed altri settori a bassa intensità di capitali ed alta intensità di manodopera nei quali i costi per i salari sostenuti dalle imprese risultano ridotti. Sebbene il contesto disegnato dagli accordi tra la Tunisia e l’EU è stata da molti studiosi interpretato come chiaramente neocoloniale[7], nettamente smentendo la narrazione che vorrebbe la liberalizzazione economica come un processo “win-win”, l’attrazione che la Repubblica maghrebina esercita nei confronti dei capitali europei ed italiani in particolare merita tuttavia di essere approfondita.

Durante il mese di dicembre 2020 è stato celebrato il decennale della “Rivoluzione dei Gelsomini”, la quale nel gennaio 2010 ha posto fine al potere di Ben Ali. Questi, salito al potere con un colpo di stato nel 1987, nel momento in cui la Tunisia accedeva ai programmi di “aggiustamento strutturale” di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, ha governato per 23 anni conciliando – con il plauso delle istituzioni finanziarie internazionali e la connivenza di molti paesi europei – politica economica liberista, gradita da larghi settori dell’imprenditoria nazionale e dagli investitori esteri, e stato di polizia. Che l’EU abbia consapevolmente privilegiato i propri interessi in ambito economico e securitario di fatto ignorando la sistematica oppressione e violazione dei diritti nel paese è stato riconosciuto in un rapporto presentato al parlamento europeo nel 2016[8]. Come rilevato da numerosi osservatori la discussa eredità della rivoluzione rende la definizione di “migranti economici” imprudentemente usata dalla ministra quantomeno riduttiva, se usata con leggerezza e nell’accezione da lei intesa. 

Ed è proprio nel modello economico implementato a partire dal 1987 e nell’alleanza di interessi che questo implicava che vanno rintracciate le ragioni e le radici della rivoluzione del 2010. Questo non ha infatti solamente servito gli interessi dell’imprenditoria tunisina (ed occidentale) a discapito dei lavoratori ma ha anche – proprio in virtù della liberalizzazione di capitali e merci di cui sopra – condotto ad un diffuso processo di deindustrializzazione. Le condizioni socio-economiche e l’aumento della disoccupazione che ne sono conseguito sono stati aggravati dalla quasi contemporanea entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con l’EU, dalla rimozione dei sussidi alimentari e dagli effetti della crisi economica del 2008, nonché dalla speculazione sui prezzi generi alimentari che, proprio all’indomani della crisi, ha interessato tutto il pianeta e che la Tunisia – come molti paesi del Terzo Mondo –  deve importare in quanto la sua produzione è basata su colture per l’esportazione, più redditizie per i grandi proprietari terrieri. Tali fattori, andandosi a sommare agli effetti ai tagli della spesa sociale – dovuti alla necessità di servire il debito estero ed alla scarsa tassazione cui sono soggetti i grandi capitali nazionali ed esteri – ed al malcontento delle forze di polizia ha determinarono una serie di proteste tra le quali il più significativo episodio fu la “rivolta di Gafsa” e che, sebbene di volta in volta represse, sfociarono nelle manifestazioni del dicembre 2010 ed alla caduta del regime nel mese successivo. 

Da quel gennaio di dieci anni fa, tuttavia, poco sembra essere cambiato: i fattori sopra descritti sono ancora tutti presenti. Gli interessi dell’imprenditoria tunisina – in larghissima parte composta dagli stessi individui che si sono arricchiti degli stretti legami con il regime – continuano a poggiare sulla sua posizione di tramite tra l’estrazione di ricchezza all’interno del paese e l’estero ricorrendo a mezzi leciti e illeciti: ulteriore riprova un recente scandalo che ha portato all’arresto del ministro dell’ambiente e di 11 funzionari il 21 dicembre 2021 a seguito della scoperta di un traffico illecito di rifiuti tra Italia e Tunisia[9]e le dimissioni per conflitto d’interessi del primo ministro di quest’estate scorsa[10], fatti che non vanno che aggiungersi alla pervasività dei finanziamenti privati, anche provenienti dall’estero, durante la campagna elettorale del 2019[11].

Allo stesso modo nel periodo che va dal 2010 ad oggi le riforme neoliberiste e l’austerità non si sono fermate: l’IMF è intervenuto in Tunisia nel 2013 e nel 2016 imponendo profonde riforme in linea con quelle applicate nei 30 anni precedenti, in collaborazione con l’UE alle cui iniziative si è già fatto riferimento. La situazione sociale era quindi estremamente difficile già prima della pandemia. In un paese in cui la disuguaglianza sociale e l’accentramento della ricchezza (il 10% più ricco ne detiene oltre il 40% ) continua a crescere come di un sistema fiscale fortemente regressivo e come risultato delle politiche applicate[12], gli investimenti in infrastrutture, in salute, istruzione e trasporti sono resi impossibili dal servizio del già citato debito pubblico e della legislazione prodotta, senza alcuna discontinuità, nel corso degli ultimi 30 anni. Per quel che riguarda il debito pubblico (strumento principe per giustificare scelte di politica economica e sociale impopolari, non solo in Tunisia) nel 2012 il parlamento europeo ha riconosciuto che questo è esito delle politiche condotte a vantaggio delle élites economiche durante l’era Ben Ali[13]– pur tacendo i fortissimi legami che, proprio in virtù delle riforme economiche, le legavano ai paesi EU. Malgrado ciò nessuna cancellazione è mai stata presa in considerazione. Il peso di del debito, il cui servizio (pagamento degli interessi e del capitale) rappresenta un’importante flusso di ricchezza (l’8,28% del reddito nazionale nel 2019)[14]che dal paese viene trasferita ai creditori, in larga parte europei. Tra il 2011 ed il 2016 più dell’80% dei nuovi debiti contratti sono serviti proprio a servire il debito contratto tra il 1987 ed il 2010[15], prefigurando una spirale dalla quale anche in condizioni normali sarebbe difficile uscire. 

Non diversamente da quanto accaduto durante il passato recente, per far fronte ai problemi di una società iniqua e caratterizzata da diffusa povertà – il 15,2% (in alcune regioni più del 50%) della popolazione vive con meno di 4 dinari al giorno, circa un 1,20 euro[16]– ed in cui la disoccupazione è dilagante e le proteste si susseguono, la risposta è la repressione. A partire dal 2013 la “stabilità politica” ha ricevuto sempre maggiore attenzione: il ministero dell’Interno ha visto il suo budget aumentare del 7,4% nel 2019 e del 4,8% nel 2020[17], così come sono aumentate le risorse destinate alle forze armante, le quali hanno ricevuto sostanziosi aiuti stranieri e le cui funzioni sono tradizionalmente svolte in stretta collaborazione con le forze di polizia[18].  Secondo Amnesty International negli ultimi due anni la libertà di stampa in Tunisia si è ridotta considerevolmente in ragione dei numerosi procedimenti penali che hanno interessato militanti, giornalisti e semplici cittadini sulla base di quelle leggi varate durante gli anni del regime e che i governi democratici non si sono mai premurati di abolire, nonché in ragione delle intimidazioni esercitate dalle forze di polizia[19]. Il 18 gennaio 2021, in una situazione in cui la pandemia di COVID-19 ha reso più acute le contraddizioni di cui la popolazione tunisina fa esperienza ogni giorno e dopo quattro notti di accesi scontri nelle città di tutto il paese – le quali hanno fatto seguito ai numerosi episodi di violenza che nell’ultimo anno e mezzo hanno interessato il paese partendo, come sempre è accaduto nella storia della Tunisia indipendente, da sud per poi diffondersi nelle città costiere del nord e nella capitale – il ruolo di pattugliare le strade e mantenere l’ordine è stato affidato all’esercito[20]. La dura reazione delle forze militari e di polizia non stata sufficiente a fermare le manifestazioni e gli scontri che ad oggi (30/01) continuano a verificarsi ogni notte ed in tutto il paese. 

È in questo contesto che, così come avvenuto negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione, le speranze dei tunisini si rivolgono verso l’altra sponda del mediterraneo. Nell’agosto del 2020 è stato siglato un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia: l’unica risposta prevista per far fronte alla situazione, che come si è visto ha radici profonde che dovrebbero spingere l’Europa a riconsiderare il modello di sviluppo che sostiene attivamente attraverso le proprie strutture di cooperazione, prestiti e accordi commerciali che hanno sin ora avuto effetti devastanti nei paesi coinvolti, è consistita nel trasferimento di 11 milioni di euro in favore della guardia costiera tunisina. Tale iniziativa non solo è in linea con i quattro accordi che tra il 1994 ed il 2011 l’Italia ha stipulato con la Tunisia per il controllo dei fenomeni migratori, ma è perfettamente coerente con la strategia di delega nella repressione del fenomeno, da svolgersi in larga parte al di fuori dei propri confini, che l’Unione Europea ha adottato[21]. In tal senso la Tunisia rappresenterebbe il candidato ideale: non solamente la sua posizione la rende sempre più un crocevia ed il porto per coloro che fuggono dalla Libia e coloro che provengono dall’Africa sub-sahariana ma la sua democrazia rappresentativa e l’assenza di conflitti armati la renderebbero il candidato ideale per ereditare il ruolo che dal 2017 l’EU aveva delegato alla Libia. Ed è proprio il rifiuto opposto dalla Tunisia e dei paesi della Lega Araba al progetto europeo di creare dei campi per la detenzione dei migranti in territorio[22]tunisino alla base dell’accordo di quest’estate. 

Dal 21 settembre sono almeno due i voli charter a settimana che decollano dall’Italia per rimpatriare i migranti partiti dalla Tunisia. Tra questi sono molti coloro che non appena trovati i soldi intraprendono nuovamente il viaggio, pur consapevoli dei rischi. La fuga da un paese le cui strutture sono state disegnate per gli interessi di pochi è divenuto ormai un sogno condiviso da un’intera generazione di giovani tunisini, malgrado la diffusa consapevolezza dei rischi che l’attraversamento del Mediterraneo implica. 

Il fatto che il mare sia usato come un ostacolo e la pericolosità del suo attraversamento come un deterrente mostra bene, insieme alla stessa storia recente della Tunisia, la contraddizione esistente tra realtà concreta e affermazioni astratte, quando non mendaci, dimostrando come l’Europa liberale riconosca ben maggiori libertà e diritti a merci e capitali che a coloro che possono essere davvero considerati, seppur in un’accezione diversa da quella comunemente intesa, migranti economici. 


[1]https://www.interno.gov.it/it/procederemo-rimpatri-dei-migranti-economici-dalla-tunisia

[2]https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=LEGISSUM:4376508

[3]https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2019/05/21/tunisia-italia-secondo-partner-con-890-imprese_38f8c124-b2a6-446a-a61b-82301e076038.html

[4]https://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=115

[5]https://www.infomercatiesteri.it/investimenti-con-italia-stock-e-flussi.php?id_paesi=115

[6]https://www.infomercatiesteri.it/presenza_italiana.php?id_paesi=115

[7]Tra questi: Mark Langan & Sophia Price. 2020. “Imperialisms Past and Present in EU Economic Relations with North Africa”, Interventions, 22:6, 703-721; Pasture, Patrick. 2018. “The EC/EU between the Art of Forgetting and the Palimpsest of Empire.” European Review 26 (3): 545–81 ; Del Sarto, Raffaella A. 2016. “Normative Empire Europe: The European Union, Its Borderlands, and the ‘Arab Spring.’” Journal of Common Market Studies 54 (2): 215–32; 

[8]<<In the pre-Revolution period, EU relations with Mediterranean partner countries, in general, and more particularly with the autocratic government of Ben Ali, were centred upon an exchange of commercial, financial and strategic interests, in line with most aid development programmes across the world. The rhetoric of the EU, based on the promotion of principles of democracy and market economy as the fertile soil for stability and prosperity in the region, was not always consistent with the implementation of EU policies on the ground, and this discrepancy was instrumental to the way that autocratic governments, like that of Ben Ali, perpetuated their control over the economy and the society.>> European Union, Policy Department, Directorate-General for External Policies “EU policies in Tunisia before and after the Revolution”, June 2016, Brussels, vedi pp. 5;21;23

[9]https://information.tv5monde.com/video/tunisie-la-colere-de-la-societe-face-l-arrivee-de-dechets-illegaux

[10]https://information.tv5monde.com/afrique/tunisie-demission-du-premier-ministre-fakhfakh-apres-moins-de-cinq-mois-au-pouvoir-367482

[11]Ultimo rapporto della corte dei conti sul controllo dei finanziamenti dei partiti in occasione delle elezioni del 2019 citato in: https://www.monde-diplomatique.fr/2021/01/LAMLOUM/62665

[12]Rapporto Oxfam, “La Justice fiscale, un vaccin contre l’austerité” https://oi-files-d8-prod.s3.eu-west-2.amazonaws.com/s3fs-public/2020-06/La%20justice%20fiscale%20en%20Tunisie%20un%20vaccin%20contre%20l%E2%80%99aust%C3%A9rit%C3%A9_1.pdf

[13]https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-7-2012-0201_FR.html?redirect

[14]World Bank Data. https://data.worldbank.org/indicator/DT.TDS.DECT.GN.ZS?locations=TN

[15]La fonte è il memorandum della commissione verità e giustizia della Repubblica di Tunisia presentato alla Repubblica Francese nel luglio 2019. http://www.cadtm.org/IMG/pdf/memo_france_def.pdf

[16]https://factuel.afp.com/17-million-de-tunisiens-sont-consideres-comme-pauvres-selon-les-donnees-nationales

[17]https://www.monde-diplomatique.fr/2021/01/LAMLOUM/62665

[18]https://carnegie-mec.org/2020/04/29/evolution-of-tunisia-s-military-and-role-of-foreign-security-sector-assistance-pub-81602

[19]Amnesty International, “Tunisie. La liberté d’expression menacée par la multiplication des poursuites pénales” https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2020/11/tunisia-freedom-of-expression-at-risk-as-prosecutions-rise/#:~:text=La%20campagne%20d’Amnesty%20International,libert%C3%A9%20d’expression%20en%20Tunisie

[20]https://www.lepoint.fr/afrique/grabuge-en-tunisie-18-01-2021-2410045_3826.php

[21]

[22]https://www.cairn.info/revue-plein-droit-2020-2-page-27.htm?fbclid=IwAR1Zr8D7DvmrEWbHOF7QephG_1AERyArZFpT5lHDFMcIXxOzpUEtEOLD2-A#re3no106

[22]https://www.webdo.tn/2018/06/21/lue-propose-de-nouveau-un-camp-de-migrants-clandestins-en-tunisie/#.YACKeuhKg2w