L’altro volto della crescita: disuguaglianza e migrazioni in Senegal

di Vittorio Caligiuri

La storia del Senegal è stata segnata dal rapporto con l’Europa. Un rapporto asimmetrico che ha largamente contribuito a determinare le strutture sociali, economiche e politiche di un paese scosso da disuguaglianze profonde, significativamente mal documentate da fonti ufficiali, alla base della diaspora Senegalese e delle proteste che in questi ultimi giorni scuotono il “paese delle piroghe”.

Dalla colonizzazione all’indipendenza 

Già prima che nel 1500 i Portoghesi stabilissero sull’isola di Gorée, trasformandola nel maggiore centro del commercio di schiavi sulla costa africana[1], il territorio corrispondente all’odierno Senegal rappresentava un crocevia negli importanti flussi di persone che da sempre caratterizzano l’Africa occidentale. Fu tuttavia l’affermarsi della presenza europea e la graduale estensione dominio coloniale a segnare uno spartiacque fondamentale nella storia del Senegal, imponendo una dinamica di sviluppo basata sulle esigenze dei commerci e dei capitali metropolitani che ancora oggi influenza profondamente la vita del paese. Punto di contatto tra Africa, Europa ed Americhe – milioni gli schiavi che sino alla metà del 1800 vi transiteranno – e dunque anello fondamentale nel processo di accumulazione di capitali e beni senza i quali l’industria europea non si sarebbe potuta sviluppare, l’economia e la società senegalese riflettono, come l’altra faccia della medaglia, l’evoluzione del sistema capitalista mondiale ed in particolare francese. Una storia di cui nei paesi industrializzati, impegnati a recitare la loro retorica sullo “sviluppo” si parla malvolentieri, riducendola ad un’ insieme di episodi a sé stanti, separabili dall’evoluzione generale della struttura economica internazionale. 

È nel corso del XIX secolo, infatti, che in Senegal si afferma la monocoltura dell’arachide alla quale ancora oggi è destinato circa il 40% delle terre coltivabili, con effetti significativi sulla produzione di alimenti e sulla struttura generale dell’economia e della società, data l’elevata dipendenza da un unico prodotto. Bene destinato all’esportazione, l’olio d’arachidi aveva importanti impieghi industriali: tra le altre cose era alla base della produzione del sapone di Marsiglia “bianco”, sino ad allora di colore verde e prodotto mediante un processo più costoso a partire dall’olio di oliva. Un qualcosa che oggi si dà per scontato, ma che mostra quanto il colonialismo abbia influito, anche negli aspetti generalmente ritenuti più marginali, sulla storia Africana, Europea e Mondiale. A metà del XIX secolo la quasi totalità delle arachidi importate in Francia proveniva dal solo regno di Cayor, situato tra i fiumi Senegal e Saloum che nel 1886, a seguito dell’intervento militare francese del 1865, diventerà prima Protettorato, per poi essere integrato nella “Colonie du Sénégal”.  Parallelamente all’allargamento dei territori della colonia, si estese anche la coltura dell’arachide, prodotta in enormi piantagioni gestite da europei e situate nelle zone più fertili del paese, attorno alle quali iniziò a ruotare l’intera economia senegalese. Per sopperire alla mancanza di prodotti alimentari, determinata dalle vaste estensioni dedicate alla monocoltura dell’arachide, i francesi iniziarono ad importare sottoprodotti della lavorazione del riso asiatico, da allora alimento base della popolazione senegalese. La colonia assunse i suoi confini definitivi attorno al 1890, venendo integrata a partire dal 1895 nel governatorato generale dell’Africa Occidentale Francese, il cui capoluogo sarà Saint-Louis e, a partire dal 1902, Dakar; poste a capo di un territorio enorme, grande circa sette volte la Francia e comprendente oltre al Senegal anche Mauritania, Mali, Guinea, Niger, Burkina Faso, Benin e Costa d’Avorio.

  La centralità della monocoltura dell’arachide nel modello economico coloniale, basato sull’esportazione dell’arachide e sull’importazione di beni lavorati dalla metropoli e sul trasferimento dei profitti in Francia è ben testimoniata dall’estensione della rete ferroviaria, finalizzata proprio al collegamento delle piantagioni alle città ed alle infrastrutture portuali nel frattempo costruite. Tali investimenti, funzionali non all’armonico sviluppo dell’economia nazionale ma al profitto dei coloni, assicurava al contempo la possibilità di investimenti e profitti garantiti dalle autorità coloniali per le imprese francesi di costruzione, altra fonte di profitto per la potenza coloniale. Fu in base a tale schema che, infatti, iniziarono nel 1883 i lavori della linea ferroviaria Dakar – Saint-Louis, la quale sarà poi integrata nella linea Dakar – Koulikoro, progettata alla fine del XIX secolo dal Generale Gallieni, comandante del Sudan Francese (l’attuale Mali), e costruita dalla Société de Batignolles, nello stesso momento impegnata nella costruzione di linee ferroviarie in Algeria e Tunisia (fig.1). È rilevante notare, non solamente sotto il profilo storico, ma anche per comprendere le dinamiche attuali, come l’Africa Orientale Francese benchè fosse, come visto, divisa in entità giuridiche differenti, manifestasse un significativo – benché comunque legato alle peculiari condizioni – grado di integrazione, sia sotto il profilo economico che sotto quello dell’amministrazione. Un tratto precedente alla dominazione coloniale, ma da questa rafforzato.

Figura 1 osm-clip by Pechristener — Open Street Map Data, CC BY 2.0,  https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57349231
  • Indipendenza politica e dipendenza economica 

La rottura di tale integrazione, avvenuta all’alba dell’indipendenza dei paesi dell’Africa occidentale, rappresenta un altro elemento determinante nella storia del Senegal. Con la Loi cadredel 1956 infatti la Francia adottò una strategia di sviluppo basata su piccole unità statuali, rinnegando l’approccio precedente, il quale avrebbe previsto la formazione di più vaste federazioni la cui funzione sarebbe stata quella di assicurare l’indipendenza e l’autosufficienza economica degli stati che ne avrebbero fatto parte, stante la possibilità di riallocare risorse, prodotti e ricavi e dare vita ad un percorso di sviluppo in grado di autosostenersi. Se per Kwame Nkruma, leader dell’indipendenza Ghanese, fermo nel denunciare la funzione condizionante degli aiuti (prestiti) esteri, quanto previsto dalla Loi Cadre rappresentava lo strumento principe della Francia per garantire l’instaurarsi di un regime neocoloniale[2], non molto diverso fu il giudizio del ben più moderato Senghor, il quale parlò apertamente di “balcanizzazione dell’Africa occidentale”[3]. Fu così che nel contesto tracciato dalla Loi Cadre, il Senegal ottenne nel 1958 lo statuto di Repubblica autonoma accedendo, nel il 4 aprile 1960, all’indipendenza. A questa seguì immediatamente il tentativo di federazione con l’attuale Mali, tramontato già nell’agosto dello stesso anno. 

Appena raggiunta l’indipendenza, la politica Senegalese fu interessata da un aspro scontro tra diverse sezioni della società, divisa tra coloro i quali, capeggiati dal Presidente del Consiglio Mamadou Dia, intendevano mettere fine all’influenza esercitata dal capitale e dalle aziende francesi sul paese dando vita ad « un’economia moderna, razionale e pianificata» che prevedesse la graduale fine della monocoltura dell’arachide, e quella porzione di borghesia nazionale i cui interessi coincidevano con quelli delle aziende metropolitane, traendo i propri guadagni proprio dalla complementarietà della struttura economica del paese con le necessità dell’economia francese –  vedendo i propri interessi e le proprie proprietà fondiarie minacciate dalle riforme cooperative poste in essere. Nel 1962 la vittoria della borghesia nazionale sulle forze anti-imperialiste sarà sancita dalla mozione di sfiducia incoraggiata da Léopold Sédar Senghor nei confronti del Presidente del Consiglio, a seguito del famoso discorso dell’8 dicembre – nel quale Mamadou Dia aveva prefigurato « cambiamenti radicali che sostituisca alla società coloniale e l’economia di mercato una società libera ed un’economia di sviluppo» – e dalla crisi politica del 17 dicembre che condurrà all’arresto di Dia il giorno successivo[4]. Dia sarà condannato all’ergastolo.  Da allora il Senegal perseguì una politica economico di stampo liberista ma, malgrado ciò, l’accordo di Yaoundé del 1967 – con il quale le ex-colonie francesi furono associate alla Comunità Economica Europea –  segnando la fine del sistema dei prezzi d’esportazione garantiti e determinando una brusca caduta del prezzo delle arachidi, determinerà progressivamente la fine della monocoltura. Le oscillazioni dei prezzi, così come la desertificazione determinata dalla coltura dell’arachide, avranno effetti estremamente gravi sull’economia senegalese nel corso degli anni ’70, che all’epoca rappresentava il 50% delle esportazioni. Solo nel 1976, lo stesso anno in cui verrà posta fine al sistema monopartitico, le esportazioni torneranno ai livelli degli anni ’60.     

La diversificazione dell’economia senegalese avverrà dunque non in base ad un tentativo di dar vita ad uno sviluppo razionale, indipendente e volto alla riduzione delle disuguaglianze regionali e sociali, ma in base a meccanismi di mercato e, a partire dagli anni ’80, nel contesto del processo di “aggiustamento strutturale” imposto dalle istituzioni finanziarie internazionali, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, con il ruolo attivo delle strutture afferenti all’EU, ad oggi estremamente attive nel paese[5]. Il Senegal ha infatti conosciuto – come moltissimi paesi del Terzo Mondo – un lunghissimo processo di ristrutturazione dell’economia. Nel 1979 fu stipulato il primo Stand-By Arrangement con l’IMF (il primo di 13 tra quell’anno ed il 1998)[6], nel 1985 ebbe inizio il primo progetto di aggiustamento strutturale. Questo sarebbe durato fino al 1994 e nuovamente dallo stesso anno sino al 2001[7]senza alcun effetto positivo sugli indicatori macroeconomici del paese ed effetti sociali drammatici[8].

  • Modello di crescita neoliberista e disuguaglianza 

Sull’onda delle liberalizzazioni l’influenza dei capitali stranieri ha acquisito rinnovato vigore, diventando un fattore pervasivo e fortemente percepito dalla popolazione[9]– per fare qualche esempio e citando solamente imprese dell’antica potenza coloniale, primo partner commerciale del Senegal[10], la quasi totalità dei lavori pubblici è affidata al Group Eiffage e a Bouygues, presente anche nel settore delle telecomunicazioni; allo stesso modo, quasi tutti i giacimenti di petrolio e gas sono sfruttati da Total, mentre la recente presenza di Auchan sta avendo un impatto profondo sia sulla produzione che sul settore della vendita al dettaglio. Alla base di tutto ciò è stata una politica economica ed una strategia di sviluppo finalizzata a favorire gli interessi dei capitali stranieri e della borghesia nazionale, la quale può spostare agevolmente i propri guadagni all’estero e mascherare i propri interessi dietro dati aggregati numerici – quale per esempio il PIL[11]– che non rendono conto delle strutture alla base dell’economia, del reale grado di sviluppo e delle disuguaglianze, sociali e geografiche del paese. La popolazione Senegalese vive, infatti, in uno stato in cui le disuguaglianze sociali sono più profonde rispetto a 30 anni fa – una condizione condivisa con il 70% della popolazione mondiale, conseguenza della profonda ristrutturazione dell’economia globale realizzatasi a partire dagli anni 80’. Nel 2017 il 20% più ricco della popolazione godeva del 46,8% del reddito totale; la quota guadagnata dal 20% più povero equivaleva solamente al 6% del reddito nazionale. Molto forte è, inoltre, la disuguaglianza geografica: la forte sperequazione regionale del Senegal si riflette nella differenza tra reddito medio percepito nelle regioni urbane ed in quelle rurali, nelle quali è estremamente diffusa l’agricoltura di sussistenza, duramente colpite da un rapido e diffuso fenomeno di desertificazione, esito di decenni di sfruttamento intensivo dei terreni destinati alle colture da esportazione. In tale contesto, sebbene questi dati non abbiano che un valore estremamente indicativo, è significativo il fatto che i consumi del 20% più ricco della popolazione siano sette volte maggiori rispetto a quelli del 20% più povero della popolazione[12]. Una, seppur superficiale, analisi del sistema fiscale senegalese è sufficiente per dimostrare come le acute disuguaglianze presenti nel paese non siano il risultato ineluttabile della realtà del paese, quanto piuttosto questa sia a sua volta l’ effetto necessario ed almeno in parte  contemplato della politica economica adottata dai governi nazionali in collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali, smentendo così i numerosi proclami relativi alla lotta alla povertà[13]che l’attuazione di tali riforme ha accompagnato. Essendo basato in larga parte su imposte indirette (il 63,8% delle ricette fiscali del 2017 proveniva da queste) il sistema fiscale senegalese è infatti marcato da un’impronta fortemente recessiva, contribuendo in maniera sensibile all’accentramento della ricchezza. Le imposte dirette sono infatti quelle che colpiscono la ricchezza – patrimoni e redditi – di una persona, permettendo la variazione del livello di imposizione fiscale sulla base di diversi parametri (primi tra tutti l’entità di reddito e patrimoni); al contempo  le imposte indirette sono quelle che, come l’IVA (imposta valore aggiunto o Taxe sur la valeur ajoutée, TVA, che in Senegal rappresenta il 40% delle ricette fiscali) si applicano sull’acquisto di beni, indipendentemente dalla ricchezza dell’acquirente. Una struttura fiscale estremamente regressiva che, in un paese in cui il 57,2% della popolazione adulta è analfabeta (dati del 2013[14]), il 75% delle famiglie soffre di povertà cronica ed il 39% della popolazione è al di sotto del livello di povertà[15]non fa che aggravare le disuguaglianze in un paese in cui l’80% della popolazione ancora nel 2012 non godeva di alcuna copertura sanitaria, proprio in ragione delle riforme miranti alla riduzione del passivo di bilancio ed all’allargamento del settore privato – sulla base di una retorica che accomuna paesi europei e paesi africani, e che dovrebbe indurre a considerare sotto una luce diversa fenomeni migratori che, pur nella profonda differenza delle situazioni, sono in larga parte esito di riforme dagli analoghi effetti condotte nelle diverse aree geografiche.

  • Le proteste degli ultimi giorni 

Come in molti paesi del Terzo Mondo, quella applicata in Senegal è una politica economica imposta attraverso gli strumenti del debito e le pressioni esercitate dai capitali finanziari, giustificata dalle istituzioni finanziarie internazionali con la necessità di attirare capitali stranieri nel paese; una politica che è tutt’ora alla base dell’attuale strategia di sviluppo rappresentata dal Plan Sénégal Emergent (2014-2035)[16], cavallo di battaglia dell’attuale presidente della Repubblica Macky Sall, eletto nel 2012 e riconfermato del 2019, dopo aver svolto l’incarico di Primo Ministro tra il 2004 ed il 2007. Ed è proprio contro il governo e le politiche di Macky Sall a partire dal 3 marzo si è verificata un’ondata di proteste che ha travolto tutto il paese, dalla Casamancia, nel sud del paese, a Saint-Louis, situata nell’estremo nord.  Epicentro è tuttavia proprio la capitale Dakar, dove risiede il 23,1% della popolazione[17]. Quelle in atto sono le proteste di maggiore importanza dalle “émeutes de la faim” (rivolte della fame) che interessarono il Senegal[18]ed una trentina di altri paesi a seguito della speculazione sui prezzi dei generi alimentari realizzata dalla finanza internazionale a seguito della crisi finanziaria del 2008,  determinando una vera e propria crisi alimentare globale[19][20]. Le proteste odierne, la cui violenta repressione ha, ad oggi (10/3/21), fatto 5 vittime, tra le quali un adolescente[21], si sono verificate in occasione dell’arresto di Ousmane Sonko, avvenuto per disturbo dell’ordine pubblico mentre si recava in tribunale per rispondere alle accuse di stupro formulate contro di lui[22]. L’arresto del leader del partito d’opposizione Pastef-Le Patriotes, ha coinciso con l’esplosione della rabbia della popolazione nei confronti di un governo percepito come sempre più autoritario[23], nonché in ragione delle profonde disuguaglianze e delle difficili condizioni di vita[24], di cui le politiche governative non sembrano tener conto. Allo stesso tempo il sospetto che il governo di Macky Sall sfrutti l’apparato giudiziario contro l’opposizione non è nuovo ed estremamente diffuso tra la popolazione senegalese; già 2019 erano stati arrestati Khalifa Sall, popolare ex sindaco di Dakar ed il figlio dell’ex presidente, Karim Wade. All’arresto di Sonko è invece seguito quello del noto rapper Cheikh Ouman Cyrille Touré “Thiat” che, dopo aver sostenuto e favorito l’elezione di Macky Sall nel 2012, ha partecipato alle manifestazioni degli ultimi giorni e rilasciato dichiarazioni fortemente critiche nei confronti del governo[25]. In reazione alle proteste il governo ha reagito con estrema durezza, attuando misure che vanno dalla sospensione delle trasmissioni di due televisioni, colpevoli di aver trasmesso immagini delle proteste e perciò accusate di “fare apologia della violenza”, alla limitazione del traffico internet, alla chiusura delle scuole e, all’impiego, di uomini armati, privi di dispositivi di riconoscimento o uniforme[26], al lato dell’ imponente dispiegamento di forze di polizia e dell’esercito al quale è stata demandato il compito di “ristabilire e mantenere l’ordine su tutto il territorio nazionale”.  Questi individui armati e non riconoscibili sono stati filmati nell’atto di sparare sui manifestanti; la veridicità dei video, inizialmente messa in discussione, è stata confermata tra gli altri dal settimanale Jeune Afrique[27]. Malgrado la forte repressione, le rivolte non accennano accennato a diminuire, mettendo sotto forte pressione il governo Sall già nel corso del weekend, posto di fronte alla prospettiva di nuove proteste a partire da lunedì 8 marzo[28], giorno in cui Sonko è stato rilasciato dalle forze di polizia. Malgrado ciò ancora l’8 marzo vi sono state diffuse proteste, sebbene contrassegnate da una minore violenza rispetto a quelle dei giorni precedenti. Solamente in alcuni quartieri di Dakar e nella zona dell’Università Cheikh-Anta-Diop si sono registrati degli episodi di violenza. Sembra invece che queste, malgrado la scarcerazione di Sonko, abbiano ripreso di intensità il giorno 9 marzo, dimostrando le radici profonde del malcontento popolare, che vanno ben al di là dell’affaireSonko. La solidarietà della popolazione ai manifestanti sarebbe attestata anche dal fortissimo aumento delle donazioni di sangue – registrato dalla Croce Rossa – da parte dei giovani senegalesi, il cui fine è quello fine di aiutare i numerosi feriti, che sarebbero 590(11 marzo), secondo l’organizzazione. Secondo il giornale di Radio France Internationale i morti sarebbero, al 12 marzo, 10 secondo le autorità, anche se alcune organizzazioni parlano di 11 morti in totale nelle proteste[29]che, malgrado la diminuita attenzione della comunità internazionale, continuano fino a quando, il 14 marzo, il principale marabutto del paese ha fatto appello alla sospensione delle proteste. Una richiesta accolta dall’opposizione. Malgrado ciò, dopo le proteste degli ultimi giorni risulta evidente persino ai media occidentali che precedentemente si erano limitati a considerare le manifestazioni come legate a fattori di attualità politica, come la situazione rimanga precaria e come la situazione sociale e le condizioni oggettive di vita siano alla base del malcontento popolare[30][31]

  • Il Senegal e le migrazioni: tra Europa e Africa

Gli episodi degli ultimi giorni, avvenuti in un paese spesso indicato come “l’unica oasi di stabilità nella regione” manifestano chiaramente quanto la perpetuazione di un modello di sviluppo economico estrovertito e disegnato sulle necessità dei capitali esteri determini la rabbia di una popolazione che, vivendo in condizioni di oggettiva difficoltà e vedendosi sempre più priva di prospettive, molto spesso non vede altra soluzione che l’emigrazione. Il Senegal, in virtù della propria storia nazionale e della storia della regione, profondamente segnata dalla dominazione francese che ne ha in larga parte influenzato le infrastrutture (vedi Fig.1), è al centro di dinamiche migratorie la cui complessità spesso sfugge al dibattito europeo. Innanzi tutto, a dimostrazione dei profondi legami che intercorrono tra i paesi dell’Africa occidentale, è necessario dire che il Senegal non è semplicemente un paese di partenza, ma è anche – e forse soprattutto – un paese di destinazione per i numerosi migranti provenienti dai paesi limitrofi. Per fare un esempio, nel 2009 circa l’86% dei migranti della regione si spostavano o all’interno del proprio paese oppure in un altro paese dell’Africa occidentale[32]. La maggior parte dei flussi migratori diretti in Senegal provengono dalla Guinea (43%), dal Mali (10%), dalla Gambia (7%) e dalla Guinea Bissau (6%); sebbene queste cifre facciano riferimento a fenomeni diversi, è comunque significativo notare che il 57% dei migranti internazionali si stabiliscano a Dakar[33]. Ma, come detto, il Senegal è anche un paese di forte emigrazione; e le rimesse della diaspora rappresentano un’importante fonte di reddito per la popolazione, con un valore equivalente a circa il 13% del PIL nel 2017[34]. Sebbene sia difficile tracciare un ritratto della diaspora senegalese a causa della scarsità e soprattutto della frammentarietà dei dati è possibile notare come tra i primi dieci paesi di destinazione dei Senegalesi solamente tre siano europei (Francia, Italia e Spagna), mentre gli altri siano tutti dell’Africa occidentale (Mauritania, Gambia, Costa d’Avorio, Mali), dell’Africa Centrale (Gambia e Congo) e dell’Africa del Nord (Marocco)[35]. Ciò che si può notare è l’evoluzione del fenomeno migratorio, costituito dal maggior numero di donne che decidono di spostarsi all’estero e dall’emergere di rotte migratorie alternative rispetto a quella che, attraversando il deserto del Sahara, conduceva al Mediterraneo passando per la Libia e, in misura crescente, per la Tunisia. Infatti, come denunciato anche da Greenpeace, le pratiche “estrattiviste” condotte dalle compagnia di pesca europee – l’EU ha siglato a fine 2020 un nuovo accordo per la pesca intensiva nelle, un tempo, ricche acque senegalesi[36]– hanno fatto spinto una quota significativa della popolazione costiera senegalese, per la quale la pesca rappresenta un’importantissima fonte di reddito, occupazione (rappresentando il 3,2% del PIL; oltre 53 000 persone sono impiegate direttamente nel settore e più di mezzo milione indirettamente, secondo la FAO) e cibo[37], a cercare fortuna altrove. Sempre più spesso le coloratissime piroghe che riempiono le spiagge del Senegal vengono adoperate da giovani desiderosi di trovare condizioni migliori all’estero per tentare la “rotta atlantica”, attraversando l’oceano che separa le coste dell’Africa occidentale dalle Isole Canarie. Una rotta pericolosissima, percorrendo la quale nel 2020 sono morte oltre 500 persone. Al termine della quale, per i sopravvissuti, vi sono i campi di detenzione spagnoli all’interno dei quali si sono verificati gravissimi episodi di violenza ad opera della gendarmeria spagnola[38]. Un contrasto fortissimo, quello tra l’importante dispiegamento di forze dalle forze armate europee – impegnate nella “Joint Operation Hera”, attiva dal 2006 per “presidiare le frontiere esterne dell’EU” e rafforzata nel 2020 – il cui scopo è bloccare i migranti provenienti dal Senegal e dai paesi vicini, teatro di guerre e persecuzioni,  e le politiche, ormai in vigore da decenni, il cui obiettivo è favorire l’accesso delle aziende occidentali alle risorse del “paese delle piroghe”[39].


[1]Ruolo ricoperto tra il XV ed il XIX, passando successivamente in mani olandesi e, a partire dal 1677, francesi

[2]Kwame Nkruma “Neo-colonialism: The Last Stage of Imperialism”, PANAF, 1974

[3]Léopold Sédar Senghor, « Indépendance ou Fédération », France-Observateur, 6 janvier 1958

[4]Roland Colin “Sénégal notre pirogue, au soleil de la liberté”, Présence Africaine, 2007

[5]European Investment Bank, accordo 2020 con il Senegal per 63 milioni: https://www.eib.org/de/press/all/2020-071-president-macky-sall-and-eib-president-welcome-eur-63-million-of-new-deals-to-support-business-growth-and-banking-skills-in-senegal-and-across-africa?lang=it

[6]International Monetary Fund. Senegal: History of Lending Commitments as of February 28, 2010   https://www.imf.org/external/np/fin/tad/extarr2.aspx?memberKey1=840&date1key=2010-02-28

[7]https://www.imf.org/external/np/pfp/1999/senegal/

[8]African Development Bank, Evaluation of the SAP II, 2001 https://www.afdb.org/fileadmin/uploads/afdb/Documents/Evaluation-Reports-_Shared-With-OPEV_/00690427-EN-SENEGAL-SAP-II.PDF

[9]Jeune Afrique https://www.jeuneafrique.com/mag/906938/societe/au-senegal-lomnipresence-des-grands-groupes-francais-nourrit-le-sentiment-anticolonialiste/

[10]Ambassade de France au Sénégal et en Gambie: https://sn.ambafrance.org/Economie-et-Developpement-3192

[11]World Bank: Senegal GDP – constant 2010 USD https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD?locations=SN; GDP growth (annual %) – Senegal https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG?locations=SN

[12]Alpha Dia, A. “Inégalités économiques et système des inégalites au Sénégal”, Harmattan Sénégal, 2017

[13]Oppure analisi – tipiche della corrente economica mainstream– che sorvolando sulla questione costituita dalla distribuzione della ricchezza, considerano solamente il rapporto tra crescita demografica e tasso di crescita economico (misurato anche qui, attraverso le variazioni del PIL). Tale tipo di analisi è chiaramente rintracciabile al punto I del Resumé del piano “Sénégal Emergent” (https://www.sec.gouv.sn/sites/default/files/Resume%20Plan%20Senegal%20Emergent.pdf), di cui si parlerà poco più avanti. 

[14]ONU Migration:  https://www.ansd.sn/ressources/publications/Resume%20Executif%20-%20Profil%20Migratoire%20du%20Senegal.pdf

[15]World Food Program https://www.wfp.org/countries/senegal(last accessed on 07/03/21)

[16]Sito del governo senegalese https://www.sec.gouv.sn/dossiers/plan-s%C3%A9n%C3%A9gal-emergent-pse

[17]MINISTERE DE L’ECONOMIE, DES FINANCES ET DU PLAN, Censimento 2018: https://www.ansd.sn/ressources/publications/Rapport_population_060219%20002%20RECsn%20.pdf

[18]Le Monde Diplomatique, https://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2008-05-20-Senegal

[19]United Nations, Food Commodities Speculation and Food Price Crises, 2010: https://www.cftc.gov/sites/default/files/idc/groups/public/@swaps/documents/file/plstudy_08_ods.pdf

[20]Walden Bello, “The Food Wars”, Verso, 2009

[21]ANSA https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2021/03/07/senegal-un-adolescente-e-la-quinta-vittima-dei-disordini_c006eedf-91a1-4197-8681-35125d8f8d16.html

[22]Il Manifesto  https://ilmanifesto.it/il-senegal-sinfiamma-per-larresto-di-ousmane-sonko/

[23]TV5 Monde – Afrique https://information.tv5monde.com/afrique/le-president-senegalais-sous-pression-face-la-menace-de-nouveaux-troubles-399405

[24]Jeune Afrique https://www.jeuneafrique.com/1132993/politique/edito-senegal-letincelle-sonko/https://www.seneweb.com/news/Politique/felwine-sarr-quot-senegal-une-democratie_n_341951.html

[25]Il Post “Perché in Senegal si protesta contro il governo”:  https://www.ilpost.it/2021/03/08/senegal-proteste-contro-governo/

[26]Jeune Afrique “Arrestation de Sonko : la colère tourne à l’émeute”: https://www.jeuneafrique.com/1131529/politique/arrestation-de-sonko-la-colere-tourne-a-lemeute/

[27]Jeune Afrique “Sénégal : des « nervis » aux côtés des forces de l’ordre ?”:https://www.jeuneafrique.com/1133295/politique/fact-checking-senegal-des-nervis-aux-cotes-des-forces-de-lordre/

[28]TV5 Monde – Afrique https://information.tv5monde.com/afrique/le-president-senegalais-sous-pression-face-la-menace-de-nouveaux-troubles-399405

[29]Radio France Internationale “Manifestations au Sénégal: les dons de sang affluent pour aider les blesses”  https://www.rfi.fr/fr/afrique/20210311-manifestations-au-s%C3%A9n%C3%A9gal-les-dons-de-sang-affluent-pour-aider-les-bless%C3%A9s

[30]Radio France International: https://www.rfi.fr/fr/afrique/20210314-s%C3%A9n%C3%A9gal-la-d%C3%A9sescalade-est-r%C3%A9elle-mais-la-crise-n-est-pas-%C3%A9teintehttps://www.rfi.fr/fr/afrique/20210316-s%C3%A9n%C3%A9gal-les-racines-du-malaise-%C3%A0-saint-louis

[31]Jeune Afrique: https://www.jeuneafrique.com/1138197/politique/senegal-abdou-latif-coulibaly-il-y-a-eu-des-failles-dans-le-maintien-de-lordre/

[32]Sylvie Bredeloup “La migration africaine : de nouvelles routes, de nouvelles figures” : https://www.ansd.sn/ressources/publications/Resume%20Executif%20-%20Profil%20Migratoire%20du%20Senegal.pdf

[33]ONU Migration – profil migratoire du Sénégal: https://www.ansd.sn/ressources/publications/Resume%20Executif%20-%20Profil%20Migratoire%20du%20Senegal.pdf

[34]Ibidem. 

[35]Proprio in virtù della difficoltà nel reperire i dati si fa riferimento al documento delle Nazioni Unite, il cui oggetto è tracciare un profilo del fenomeno migratorio Senegalese. Come si può notare, sebbene il documento sia del 2018, utilizza dati tratti dall’edizione precedente dello stesso documento (datato 2013). https://www.ansd.sn/ressources/publications/Resume%20Executif%20-%20Profil%20Migratoire%20du%20Senegal.pdf

[36]Greenpeace “Europe wants Senegal’s fish but rejects its migrants”: https://www.greenpeace.org/africa/en/press/12666/europe-wants-senegals-fish-but-rejects-its-migrants/

[37]FAO http://www.fao.org/in-action/coastal-fisheries-initiative/activities/west-africa/senegal/en/#:~:text=Senegal’s%20long%20coastline%20makes%20fishing,in%20artisanal%20fishing%20and%20processing.

[38]https://www.internazionale.it/notizie/2020/12/07/migranti-africa-canarie

[39]Leggenda vuole che il nome del Senegal derivi dall’espressione con cui gli abitanti del luogo risposero – indicando le piroghe – ai primi europei sbarcati, i quali chiedevano il nome di quel paese.